Bullismo, precursore del mobbing?

Bullying e mobbing sono due fenomeni di cui si parla sempre più frequentemente, sia nelle cronache che nei dibattiti scientifici. Apparentemente simili nelle modalità di espressione e nel provocare un disagio prima di tutto psicologico nelle persone che risultano vittime, stanno entrambi emergendo all'interno rispettivamente del contesto scolastico e lavorativo, facendo nascere la necessità di interpretare le ragioni della prevaricazione e le conseguenze a breve e a lungo termine su chi le “agisce”, su chi le subisce e sul contesto in cui si verificano. L'articolo pubblicato su Difesa Sociale¹ dal  titolo Il bullismo tra i giovani precursore del mobbing adulto di Maria Antonietta Pizzichini e di Stefano Giuliodoro² ci aiuta a fare chiarezza sui due fenomeni.

Il Bullismo

La parola bullismo (dall'inglese Bull bullying), denota il fenomeno per cui una persona usa la propria forza o potere per intimorire o danneggiare una persona più debole. In particolare la parola è espressione non di un semplice atteggiamento, ma di una specifica modalità di relazione tra due soggetti: uno più forte che si avvale della propria superiorità per danneggiare l'altro e uno più debole che ne subisce i soprusi senza riuscire a ribellarsi (Olweus, 1993).

Chi è il bullo

Sono state identificate diverse caratteristiche attribuibili al “bullo” come ad esempio l'atteggiamento positivo verso la violenza, il carente controllo dell'impulsività, il marcato bisogno di dominare gli altri l'elevata opinione di sé, ecc. (Olweus, 1993; Ross, 1996; Fonzi, 1999; Marini, 2002).

Chi è la vittima

Le caratteristiche che frequentemente si ritrovano nelle vittime sono ad esempio elevati livelli di ansia e insicurezza; problematiche di tipo nevrotico associate ad elevati livelli di stress e stati d'animo di infelicità e preoccupazione; bassa forza del Sé e rifiuto sociale; scarsa capacità di comportamenti assertivi con eccessiva passività e difficoltà a fronteggiare la situazione; ecc. (Olweus, 1993; Fonzi, 1999; Menesini, 2000; Marini, 2002).

Il Mobbing

Inizialmente il termine “Mobbing” (dall'inglese to mob) veniva utilizzato per descrivere un particolare comportamento di alcune specie animali che circondavano e assalivano in gruppo un proprio simile, al fine di isolarlo e allontanarlo dal branco. Alla fine degli anni '80 il termine fu riferito per la prima volta da Leymann (1988) a forme di violenza psicologica sul posto di lavoro e da lui definito come una forma di terrorismo psicologico che implica un atteggiamento ostile sistematico da una o più persone nei confronti di un individuo il quale si trova in una condizione indifesa.

Chi è il mobber

Secondo Casilli (Casilli, 2000) i tratti caratteristici del mobber sono: scarsa stima di sé; scarse capacità comunicative; scarse abilità nelle relazioni personali; mentalità vendicativa e portata alle rappresaglie; inefficienza lavorativa.

Chi è il mobbizzato

Anche se a livello teorico tutti i lavoratori potrebbero essere vittime di mobbing, si possono riconoscere in particolare 4 tipologie di soggetti: i “creativi”; gli “onesti”; i “disabili”; i cosiddetti “superflui”. Persone che, per un motivo o per l'altro (provenienza geografica, religione, abitudini di vita, preferenze sessuali, ecc.) si differenziano rispetto all'ambiente lavorativo in cui si trovano ad operare e proprio per la loro peculiare diversità vengono emarginati o allontanati dal lavoro.

In conclusione

Scuola e lavoro sono dunque due ambienti importanti rispettivamente dell'età giovanile e adulta, in cui la persona mette a dura prova il proprio equilibrio psicologico, la propria dignità, il diritto di poter esprimere le proprie potenzialità e risorse. Diversi studi hanno dimostrato la possibilità di trovare dei correlati non solo sintomatologici, ma clinici alle diagnosi correlate ad una condizione di mobbing o bullying subìto (Kudielka, in Journal of Psychosomatic Research 2004 e Farrington, 1991; Olweus,1993). In maniera sempre più decisa, l'attenzione viene rivolta verso la prevenzione/promozione della salute piuttosto che verso il solo contenimento del fenomeno. Tuttavia non esiste dimostrazione certa che un giovane bullo possa domani essere un mobber o che una vittima a scuola possa rimanere vittima anche in ambiente di lavoro, ma questa ipotesi merita comunque considerazione: servono azioni preventive efficaci per impedire che si realizzi.

 

¹ Medico, esperto di Promozione della Salute ed Educazione Sanitaria ed Educatore Professionale, coordinatore Centro Studi e Documentazione, ASUR Zona 7 di Ancona

² Difesa Sociale. Rivista trimestrale dell'Istituto Italiano di Medicina Sociale sui rapporti tra cultura salute e società. Anno LXXXVI - numero 1/07