La percezione del rischio e le esperienze passate

In che modo le esperienze passate e l’emotività influiscono sulla percezione di una situazione come più o meno rischiosa per la nostra salute e sicurezza? 
Quotidianamente nella messa in atto dei nostri comportamenti, siano essi rischiosi o in sicurezza, entrano in gioco numerosi aspetti soggettivi e differenti in ogni individuo. Tra questi aspetti un ruolo fondamentale nelle nostre azioni viene giocato da esperienze passate ed emotività.

Nello specifico, quando ci troviamo di fronte a situazioni nuove ed incerte delle quali dobbiamo stimare e valutare il rischio (e conseguentemente decidere come comportarci), vengono attivati nel nostro cervello ricordi di esperienze/situazioni simili già vissute in passato (perché esperite direttamente, osservate, raccontate da altri, …). Gli eventi e le situazioni ricordati e, soprattutto, l’impatto che hanno avuto sulla persona guideranno i nostri comportamenti.

Infatti:
- Qualora l’impatto della situazione ricordata sia stato positivo e desiderabile, la persona sarà portata a valutare tale situazione come non rischiosa e si comporterà in maniera analoga anche allo stato attuale;
- Qualora invece l’impatto sia stato negativo, e dunque la situazione sia stata valutata come potenzialmente dannosa per sé stesso, l’individuo metterà in atto il comportamento opposto a quello passato o eviterà direttamente la situazione.

Tutti i ricordi delle esperienze vissute ci guidano nella messa in atto di comportamenti più o meno rischiosi?
I ricordi che guidano i nostri comportamenti sono quelli a cui è associata un’emozione forte, o una profonda rilevanza personale. Infatti, partendo dalla teoria psicologica sulla memoria di Craik e Lockhart (1970), è possibile affermare che nella nostra quotidianità le esperienze vissute con forte rilevanza emotiva sono quelle che hanno una maggiore possibilità di guidarci nella messa in atto di comportamenti. Ciò accade perché le esperienze vissute con maggiore emotività rimangono vivide nella memoria e si attivano con maggiore facilità di fronte a situazioni che le ricordano. Tali ricordi si presentano come dei “Flash di memoria” che, grazie alla loro vividezza, hanno più probabilità di influenzare la persona nella messa in atto del comportamento. Brown e Kulik a partire dagli anni 70 del ‘900 hanno effettuato numerosi studi a conferma dell’esistenza delle Flash-bulb memories (flash di memoria). Ad esempio hanno intervistato alcuni gruppi di cittadini americani, chiedendo loro di raccontare tutto ciò che ricordavano in merito all’assassinio del presidente Kennedy, avvenuto molti anni prima. Gli esiti dell’indagine sono stati sorprendenti: i racconti riportati dalle persone intervistate erano talmente ricchi di dettagli e di sfumature, da rendere il ricordo attuale. Tale ricordo, infatti, era impresso nella memoria della persona, come se lo avesse vissuto nel recente passato.

In conclusione, è possibile affermare che, di fronte ad un potenziale pericolo sia nel contesto casalingo che lavorativo, la stima e la valutazione del rischio saranno influenzate dalle esperienze passate e dall’impatto avuto, che si attiveranno nel cervello della persona e sulla base di queste l’individuo definirà le misure di comportamento da attuare. Risulta dunque di fondamentale importanza essere consapevoli di quanto questi aspetti soggettivi ed individuali influenzano i nostri processi di percezione e valutazione del rischio, sia a casa che sul luogo di lavoro, al fine di poterli controllare.

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